
Questa estate all' ing. lup. man. gran figl. di putt. De Benedetti Servelloni Mazzanti Vien dal Mare servivano 4 milioni di euri.
Che fare per averli disponibili subito? Lavorare? HAHAAHAHAH ma perchè farlo quando ci sono tanti piccoli risparmiatori, personcine per bene che hanno deciso di investire i sudati risparmi di una vita, pronti a darti fior di liquidi?
Qui e qui è ben esplicato come il gran finanziere simbolo dell'imprenditoria di sinistra [sic, questa è qualcosa che prima o poi qualcuno mi dovrà spiegare] ci è riuscito.
il metodo sembra facile facile, basta sparare balle clamorose ma credibili, per esempio domani potrei annunciare al mondo che la mia impresa ha scoperto un metodo di lavorazione dell'uranio innovativo e che da domani ci mettiamo a costruire centrali nucleari a tutto andare. PUM! le azioni della mia impresa salgono salgono salgono e io le vendo a caro prezzo.
Poi un bel giorno dico: "No scusate i miei scienziati si sono sbagliati, in realtà è un metodo inutile" PLOP le azioni crollano e io me le ripiglio praticamente aggratis.
Solo che a fare così poi dopo non godi più di molta fiducia da parte del mercato, bisogna saperne uscire con eleganza.
Applichiamo il metodo dell'ing. al caso in questione: Prima dobbiamo comprarci un bel quotidiano ambientalista, roba tipo green peace, e ci creiamo una certa fama di imprenditore sensibile ai temi ambientalisti.
Poi ce ne usciamo con l asparata sul nucleare dicendo che è anche l'energia del futuro.
le azioni salgono, ma il giornale disperato chiederà di investire in fonti rinnovabili equosolidali terzomondiste ecc....
Ma noi insistiamo sul nucleare, pubblichiamo pure una lettera sul giornale dove spieghiamo le nostre ragioni. Le azioni salgono.
Dopo che abbiamo venduto il vendibile scriviamo un'altra bella lettera che si riassume così "Scusate, avevate ragione, il nucleare fa schifo, investiremo in coltivazioni biologiche di abeti sul sahara" Le azioni precipitano e noi ce le ricompriamo.
4 grassi milionucci per passare le vacanze al meglio.
Dopo aver letto i due articoli in questioni si consiglia di leggere quest'articolo di Pansa in difesa del giornalismo d'inchiesta e d'opinione che non guarda in faccia a nessuno.
Povero Pansa.

Una società, per sopravvivere, deve essere ordinata e tutte le società nel perseguire questo ordine producono norme, filosofie, visioni del mondo, linguaggi, religioni o, in una parola, culture; Sistemi culturali coerenti al loro interno.
Risulta evidente che incontrandosi-scontrandosi con altre culture vengono in contatto con elementi che non trovano giustificazione all’interno del proprio ordine di idee, in quanto create per essere funzionali in altri ambienti, e creano quindi perplessità, disgusto, senso del ridicolo e qualche volta persino orrore in chi si accosta a queste senza un’adeguata conoscenza del sistema che le ha generate, in quanto la differenza rappresenta il disordine, ciò che l’ordine costiito, per diventare tale, ha eliminato, marchiato, reso un tabù
Questa repulsione per il diverso, l’altro, chiamata etnocentrismo, è un elemento spontaneo e comune a praticamente ogni società umana, dove più, dove meno.
Quello che la può rendere esasperata può essere l’isolamento di una determinata società, da non intendersi solo come isolamento spaziale, ma anche e soprattutto come isolamento mentale, che alimenta, e viene a sua volta alimentato, dall’etnocentrismo.
Ecco quindi che anche in tempi recenti la commistione culturale non ha mai proceduto a passo spedito e anche gli elementi più secondari assurgono a elementi socialmente discriminanti; lo sanno bene gli italiani emigrati che venivano chiamati “maccaroni” o “brillantina”.
Il discorso sarebbe finito qui, se in risposta a questa pulsione non fosse nato il relativismo culturale; concetto seguendo il quale una cultura dovrebbe essere valutata in base ai suoi parametri interni e non in base ai parametri di culture diverse.
Ecco dunque che rituali, e credenze non sono più un ridicolo folklore di popoli inferiori, ma legittimi elementi di una struttura ordinata e complessa.
Il concetto sarebbe valido se a molte persone non fosse venuto in mente di applicarlo in maniera totale e sistematica, rifiutando di formulare qualsiasi giudizio di valore in merito a qualsiasi elemento culturale che trovasse una giustificazione all’interno del proprio quadro culturale di riferimento.
Un ragionamento capace di giustificare qualsiasi nefandezza compiuta nel recente e remoto passato: la schiavitù, la caccia alle streghe, lo sterminio dei popoli amerindi, l’olocausto, i gulag e così via di orrore in orrore.
A questo punto vi è ancora spazio per trovare dei termini di giudizio universali? Vi è qualcosa che possiamo indicare come caratteristica della specie umana e non soltanto di una cultura particolare?
Nella riflessione antropologica si è fatta largo l’idea che si possano considerare negativi atteggiamenti culturali (e ciò che ne deriva) quando in qualche modo ostacolano il processo dell’essere umani.
Una concezione che parte dall’assunto che che l’essere umano, per esprimere la propria natura, ha naturalmente bisogno di soddisfare determinati bisogni di base, da quelli meramente biologici a quelli sociali (comunicare, relazionarsi, creare affetti ecc.).
E’ un’ipotesi affascinante, alla quale però non si può dare veramente la caratteristica di universalità, perché lo stesso schema di valori che viene proposto è in una certa misura antropocentrico.
Ci sembra di essere giunti dunque ad un vicolo cieco, l’assolutismo relativista sembra realmente l’unica soluzione ragionevole perché qualsiasi cultura giudichiamo la possiamo vedere solamente attraverso la lente dei nostri parametri culturali.
Ma una soluzione c’è: è quella che io chiamo morale liberale.
Il liberalismo, che nasce come ideologia che rende preminente l’azione, la morale, dell’individuo su quella dello stato, sembra adatta ad affrontare la questione ed è sintetizzabile nel vivi e lascia vivere (che negli ultimi temi tempi non è tanto per dire) e che limita la libertà d’azione quando intralcia la libertà altrui.
Non è una morale universale, di questo bisogna rendersene conto, ma che non ci impedisce di considerarla universalmente giusta con un intimo atto di “fede”.
In base a questo assioma morale si dovrebbero accettare tutti le espressioni culturali che non portano sopraffazione.
Vi è ancora spazio per l’etnocentrismo, per la critica dei modi altri secondo il nostro paradigma culturale inteso nell’accezione più ampia; ma questo etnocentrismo non può sfociare in norme dello stato, che dovrebbero servire a preservare le libertà individuali, ma rimanere nell’ambito della libera espressione di pensieri e opinioni, magari avvalendosi di una certa forza persuasiva ma che non sia mai di tipo coercitivo.

Addenda: Il senso dell'ultimo paragrafo è questo: se a me non piacie il velo islamico, non posso fare una legge che lo vieta, ma psso comunque gridare ai quattro venti che è una cagata, ne ho il sacrosanto diritto di farlo, la critica dev essere sempre possibile, anche in tono che può sembrare radicale e offensivo come quello della fallaci o come questa chicca di brullonulla; antropologo strutturalista di scuola Straussiana che solo per uno scherzo della natura si è dedicato alla biologia.